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Mariano Fortuny: il negromante nomade
Fortuny e il Palazzo-Pesaro degli Orfei

“Di tutti i vestiti e le vesti da camera indossate da Madame de Guermantes, quelli che mi sembravano provvisti di un significato speciale, erano i vestiti fatti da Fortuny sulla base di antichi disegni veneziani”. Così Marcel Proust nella Prigioniera, dove anche la fuggitiva Albertine è lambita dal frusciante tocco del tessuto magico.
Mariano Fortuny de Madrazo (1871-1949) è andaluso di Granada. Adora Goya e Tintoretto. Arriva a Venezia all’inizio del Novecento per carpirne l’essenza bizantina, e trasformarla.

La “Beata riva-trattato dell’oblio” irrinunciabile vademecum dell’estetismo italiano fin du siècle scritto da Angelo Conti, è dedicato alla proteiforme figura di Mariano. Traccia le linee programmatiche di quell’esatta temperie culturale: l’arte come tensione morale e redentrice, l’ellenismo decadente, i dialoghi in stile platonico. È nella Venezia wagneriana di D’Annunzio, Eleonora Duse, Primoli, Marius Pictor “divino pittore lunatico”che Fortuny immerge e incontra ideale congiuntura. Pittore, scenografo, sublime creatore di tessuti, eclettico esteta in cerca di suggestioni. Collabora alla dannunziana Francesca di Rimini (interpretazione della Duse del 1901) con bozzetti scenici e costumi, escogita una cupola mobile e pieghevole per l’illuminazione scenica indiretta, sperimenta gli effetti della luce sui tessuti, arreda, disegna oggetti, colleziona una decina di brevetti e continua a dipingere. Spagnolo granadino d’origine ma veneziano d’adozione trova nella città di pietra e riflessi la patria elettiva. La sua idea di bellezza combacia perfettamente con le rarefazioni bizantine, il colorismo estenuato, il velluto che trattiene bagliori, il gusto tutto crepuscolare e acquatico di quella Venezia inizio secolo. D’ Annunzio lo apostroferà tintore alchimista, stampatore di nuove generazioni di astri, pianeti, animali.

Nel 1906 Fortuny apre un laboratorio di stampa su stoffe seriche, taffetas e velluti sottoposti a tintura e impressionati con un procedimento derivato dalla tecnica dei Katagami giapponesi. Con un’ idea di stile “fusion” ante litteram attinge a decorazioni di tessuti copti, persiani, turchi, rinascimentali contaminandoli con motivi scultorei paleocristiani, codici miniati irlandesi; mescola e sovrappone patterns da merletti, dalla scrittura cufica, dalla cultura indù.
Scoloriture ai bordi, pennellature qua e là, iridescenti polveri. Ne escono elegantissime sintesi in tessuto di cui riveste gli interni di molti palazzi veneziani e la sua dimora. In sottilissimo raso di seta, la linea lunga e aderente al corpo nella fitta plissettatura sarà abito-simbolo della sua produzione, quel delphos indossato come fosse un sari da sua moglie Henriette Nigrin nel grande ritratto fattole da lui; con disinvoltura dalla rapace marchesa Casati, un po’ più goffamente dall’ereditiera americana Peggy Guggenheim che continuerà a sfoggiarli fino alla fine della sua vita.

Abiti che evocano tuniche copte, mantelli orientali, kimoni costellati da perle vitree e murrine muranesi. Dai taccuini dello scultore veneziano Ettore Cadorin (Stampati postumi dal conte Vittorio Cini in tiratura limitatissima nel 1953) apprendiamo che nell’atollo lagunare già viveva sua madre Cecilia de Madrazo, vedova di quel Mariano Fortuny pittore morto a Roma giovanissimo, e la sorella Marie Luise “vivevano sempre internate, fra miriadi di colombi che occupavano i balconi e il cortile”. A casa Fortuny si ascolta incessantemente Wagner e solo raramente il figlio Mariano fa qualche improvvisata. Quando sceglie Venezia per viverci con la moglie-musa Henriette l’impatto è empatico, e definitivo.
Ha individuato il luogo propizio per inventare, nascondere segreti, annidare emozioni. Quel Palazzo Pesaro degli Orfei, affacciato nel piccolo campo asimmetrico di San Beneto, anticamente sede dell’Accademia dei musici, avamposto di sentori orfici. Condensato di esperienza e visione. Fuori dalle traiettorie. Ombelicale e labirintico è denso di misteri e strati. Mariano smantella, reinventa, compone e decompone de-struttura. Si installa, si insedia nei visceri di quell’organismo vivo. Entra in perfetta simbiosi, e cospira.
Ispira alla pittura veneziana satura di pigmenti e orientalismi. Ai viaggi in Egitto, le leggende copte, le calligrafie cufi; mescolando l’Islam Berbero e mamelucco alla Castiglia e le polveri ocra che trasudano dal suo Palazzo.

Le pareti rivestite di quei tessuti che sembrano imbevuti d’ombra, incrostazioni, polvere di vissuto. Enormi lampadari in carta-tessuto filtrano luce diffusa, bassa, a dare cadenza mistica, da moschea. Tutto trasuda atmosfere d’oriente antico; qualche oggetto dà casualmente una parvenza di vissuto recente. Funzionale, in legno, un contenitore di libri con rotelline, spostabile, attaccata una lampada, anticipatore di pezzi di design nomadico di questo millennio. Cose sperimentate da Fortuny per l’utilizzo personale, per tenere insieme nella pratica, nella manualità, le sue tante inclinazioni. Con la stessa curiosità di esplorare le possibilità tecniche di un oggetto, l’hidalgo veneziano si accosta alla fotografia. Quell’attenzione per la chimica della luce che lo accompagna dagli inizi, nella stampa dei tessuti, nelle soluzioni sceniche, lo avvicina naturalmente a questa forma di espressione. Sono migliaia le immagini fotografiche scattate nel corso dei viaggi esplorativi, 12.000 lastre sono custodite nei recessi del Palazzo. Tantissimi album fatti da lui sono divisi per temi: alberi di Roma, il Nilo, il Tigri, L’Eufrate. Profili di donne, tableaux vivants di gusto boschivo.

È un negromante nomade Mariano, uno gnostico iniziato a culti arcaici. Viaggia incessantemente: raccoglie-fotografa- elabora-reinventa. Il suo estetismo grondante innovazione è contagio di vari saperi ed evade la decadenza. Imbeve sete e velluti per generare abiti incarnati al corpo: “degli antichi frammenti tessili stampati, ritrovati in Grecia, mi hanno fatto venire l’idea di studiare delle tecniche di impressione su stoffa” (da suoi appunti).

Il Palazzo è il suo laboratorio, il suo opus. Un budello iniziatico che sembra condurre agli inferi e rigurgita di follie inventive, alambicchi, tavolacci e ordigni tessili. Reliquie di viaggio e oggetti emananti provenienti dall’antica Persia, il Perù andino, l’Africa nera. Come l’enorme orecchia di elefante incartapecorita ancora attraversata da vibrazioni. Tutto, o quasi, è rimasto com’era. Lo spirito di Mariano serpeggia sulfureo tra le escrescenze degli intonaci, le crepe dei pavimenti a pastellone, le tumefazioni dei muri, la luce che filtra opaca dai vetri piombati. Antri muschiati e lavorati dal tempo continuano a dire di lui, in inarrestabile mutazione.

Fino al 4 maggio Palazzo Fortuny ospita la mostra “Roberto Capucci e Mariano Fortuny: forme artistiche e idee”, seguirà dal 5 giugno in programma fino al 15 novembre “In –finitum” in mostra la categoria dell’Infinito nelle sue diverse accezioni, dal non-finito all’illimitato, con un approccio multidisciplinare in cui arte, scienza e filosofia di ere e civiltà diverse si incontrano e si confrontano.

[ Data di pubblicazione: 27 aprile 2009 ]
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